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lunedì 20 ottobre 2014

Il Giovane favoloso: recensione del film su Leopardi di Mario Martone


Portare al cinema la vita di Giacomo Leopardi, studiato (fin troppo e spesso male) nei banchi di scuola da generazioni e generazioni di italiani, era una sfida non facile.  Il rischio di realizzare un biopic dal sapore sin troppo scolastico era infatti alto, dato che tutti (critica e spettatori), chi più, chi meno, conoscono per sommi capi la biografia del celebre scrittore così come han masticato e declamato le parole dei più celebri sonetti. 
Mario Martone però ha deciso di soffermarsi, nel suo Il Giovane Favoloso, più sulle complesse trame di rapporti sociali che il giovane conte Leopardi, tanto geniale quanto gracile, aveva intessuto prima con la propria famiglia e quindi, pian piano, con il mondo esterno. 
Diventano centrali nella narrazione le finestre, da quella della biblioteca di casa Leopardi affacciata sull' amata-odiata Recanati, dalla quale il giovane Giacomo poteva guardare scene di vita comune e quella Teresa che probabilmente ispirò la figura di Silvia, fino ad arrivare a quella delle abitazioni prese a Napoli, in mezzo ai vicoli di una città enorme e caotica, per chiudere in quella di villa Ferrigni (nota come villa delle ginestre) di Torre del Greco, dalla quale poteva scorgere la grandiosità dello sterminator Vesevo.  
Non potendo ricostruire l'intero percorso biografico di quello che è considerato il più grande poeta italiano del XIX secolo,  Martone ha deciso di soffermarsi su tre luoghi: Recanati, Firenze e Napoli, dedicando ampio spazio alla prima giovinezza, al difficile rapporto con il padre, alla grande complicità ed affetto coi due fratelli, fino a quello che è il primo incontro extra-familiare del giovane Giacomo: quello (dapprima solo epistolare) con Pietro Giordani, che portò Leopardi a considerare seriamente l'idea di allontanarsi dal paese del maceratese.  
Con un salto di dieci anni, Martone poi sposta la narrazione direttamente a Firenze, con il rapporto fra Leopardi e Ranieri già saldo e forte.  Di questa fase della vita del Leopardi il registra-sceneggiatore sceglie di approfondirne  due aspetti in particolare:  gli aneliti d'amore non ricambiati nei confronti della bella Fanny, animatrice di un importante salotto fiorentino, nonché  il confronto sempre meno fruttuoso con la critica ed i letterati. 
Dopo un breve passaggio su Roma, la trama si concentra sugli ultimi anni di Leopardi, in quella Napoli così caotica e viva dal rendere per un breve periodo, almeno secondo la visione di Martone, il poeta più sorridente e meno schivo, tanto dal farlo apparire di sera intento a brindare e mangiare con alcuni popolani in una delle tante osterie del centro antico.  C'è spazio persino per un'eruzione del Vesuvio (il vulcano era attivo in quel periodo ma non mi pare vi sia stata un vero e proprio fenomeno eruttivo fra il 1836 ed il 1837).

Se Martone cerca di essere quanto più fedele possibile alla nota biografia del celebre poeta, se il suo desiderio di incentrare l'attenzione sul suo essere unico e favoloso, mettendo in evidenza quanto un giovane basso, rachitico, ingobbito e quasi cieco fosse comunque capace di attirare l'attenzione di uomini e donne, affascinati dalla grandissima e completa cultura,  il regista sceglie di non approfondire troppo il mai del tutto chiarito rapporto fra Antonio Ranieri e Giacomo Leopardi, riducendo il primo quasi all'essere una semplice contrapposizione di quel che era il poeta, facendolo passare soprattutto per donnaiolo.  Ben definite sono invece le figure delle poche donne che vissero intorno al Leopardi, dalla avvenente Fanny alle due Paolina, la prima silenziosa sorella di Leopardi, la seconda, sorella del Ranieri, vicina amica nei momenti di sofferenza. 

La trama appare in più punti rabberciata, a causa dei necessari tagli alla ricostruzione biografica e ci sono alcune scene che sembrano servire solo ad unire i pezzi altrimenti separati, ma che sembrano fini a se stesse e quasi inutili  (il Leopardi che attende il anticamera lo zio a Roma, in compagnia di un monsignore che si diletta a scrivere versi e di un inserviente che doveva consegnar casse di vino oppure la presenza di un grazioso giovanotto che accompagna Leopardi a Pompei e che viene intrattenuto dalla lettura dei paralipomeni alla batracomiomachia). 
Di contro, è ammirevole lo sforzo fatto nel ricostruire luoghi ed ambienti di inizio XIX secolo, a partire dai tanti costumi di scena utilizzati.  Le riprese napoletane furono anche accompagnate da qualche critica per la "finta pulizia"  dei monumenti di Antonio Canova in piazza del Plebiscito.

Un bel po' estranea dalla narrazione, in quanto il tema della sessualità di Leopardi è solo sfiorato, appare la scena in cui Ranieri porta un oramai stanco Giacomo all'interno di  un bordello, all'interno del quale sta per avere un approccio con un  transessuale, prima di fuggire per gli sfottò di alcuni scugnizzi.

Elio Germano è bravo nel dare voce e volto a Leopardi, a cercare di riprodurne le sofferenze e gli slanci di passione durante la composizione delle opere, gli sbalzi di umore che ne caratterizzarono la pur giovane esistenza.   Michele Riondino è un discreto Ranieri. Fra i vari comprimari va segnalata la presenza di Iaia Forte, che dà un tocco di colore interpretando la signora Rosa, la prima padrona di casa napoletana del Leopardi. Bravo anche Massimo Popolizio nel ruolo di un severo Monaldo Leopardi.

Durante le oltre due ore di proiezione, sono numerosi i momenti in cui vengono declamati spezzoni od intere opere del Leopardi, con danno in alcuni casi alla fluidità della narrazione.

Valutazione complessiva: fra @@@ e @@@@
Consigliato a chi (anche se non l'ha mai ammesso) ha letto con piacere le opere di Leopardi, alle scolaresche, a chi ama i biopic ed i film in costume
Sconsigliato a chi ha avuto a scuola problemi con Leopardi e le sue opere

sabato 2 giugno 2012

Marilyn: recensione e trama del film con Michelle Williams, Kenneth Branagh, Eddie Redmayne

Intenso come raramente un biopic riesce ad essere, My week with Marilyn descrive la prima esperienza nel mondo del cinema di Colin Clark (interpretato da Eddie Redmayne) e del suo incredibile incontro con Marilyn Monroe, avvenuto durante le riprese de "Il principe e la ballerina" in Inghilterra.
Marilyn, questo il titolo italiano della pellicola uscita nelle sale cinematografiche il 1 giugno 2012, inevitabilmente diventa con il passare dei minuti un film sulla Monroe, con Michelle Williams che pian piano ruba la scena ad Eddie Redmayne ed a Kenneth Branagh, divenendo figura centrale della narrazione, alla pari del personaggio da lei interpretato. Una Marilyn, quella interpretata dalla giovane attrice che, divenuta famosa nel ruolo di Jen in Dawson's creek, è già alla terza nomination all'Oscar, capace di passare dalla debolezza alla forza, dalla tristezza alla felicità, in scena o nella vita privata, in grado di fare innamorare chiunque.     Se in più di un'occasione la trama vira dal drammatico alla commedia e viceversa, è nella descrizione degli stati d'animo della diva, nella dipendenza di questa da alcool e pillole, nelle difficoltà di realizzazione del film, nel complesso rapporto fra il grande attore e la grande diva, che la pellicola assume i contorni di film biografico, anche se incentrato non più su Colin, che più volte è anche voce narrante, ma su lei, la bionda e bellissima star.
Il regista ha provato, con successo grazie anche all'interpretazione della Williams, a soffermarsi sulle contraddizioni della diva, sui sui sbalzi d'animo, su quell'essere inevitabilmente ed a tratti involontariamente la grande Marilyn, la diva, piuttosto che la semplice Norma Jeane
Ottima la performance di Michelle Williams, che ha ottenuto un Golden Globe ed una candidatura all'Oscar per l'interpretazione.  Piace moltissimo Kenneth Branagh nel ruolo di Laurence Olivier, per cui ha ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista, proprio lui che in passato era stato definito il nuovo Olivier.  Il ricco cast - figura anche Emma Watson, la Hermione  della saga di Hary Potter, nel ruolo di una dolce guardarobiera invaghita del protagonista -è impreziosito anche dall' interpretazione di Judi Dench.   Il protagonista maschile, Eddie Redmayne, è credibile nel ruolo del ricco figlio di famiglia che sceglie di intraprendere la carriera cinematografica, passando dalla magione di famiglia ad una bettola di campagna pur di star vicino agli studios.

Giudizio complessivo: @@@@@

Di seguito è descritta parte della trama del film Marilyn
La pellicola narra di alcune fasi della realizzazione della commedia Il principe e la ballerina, diretta da Laurence Olivier, che volle come protagonista per la trasposizione cinematografica della piece teatrale la diva hollywoodian. Sotto gli occhi di un giovane Colin Clark, entrato nel mondo del cinema per essersi caparbiamente e costantemente proposto come assistente, sfilano intorno alla figura carismatica di Olivier, Vivien Leigh, Arthur Miller, il celebre fotografo Milton Greene e  Sybil Thorndike. Lo stesso Clark, da giovane terzo assistente del regista, si troverà coinvolto nelle vicende legate alla bionda diva, travolto dalla bellezza e dalla dolcezza di questa.

lunedì 16 gennaio 2012

J. Edgar - recensione del film di Clint Eastwood con Leonardo Dicaprio


Esportare un pezzo non eroico nel senso stretto del termine di storia americana nei cinema d'oltreoceano non era semplice. Con questa doverosa premessa va affrontata la scrittura della recensione di J. Edgar, film biografico diretto da Clint Eastwood ed uscito nelle sale cinematografiche italiane il 4 gennaio 2012, in quanto appare evidente che la sensazione che la pellicola sia un po' troppo lunga e che si tenda ad indugiare un po' troppo in alcuni punti possa essere dovuta alla scarsa conoscenza che il pubblico italiano ha di questo controverso personaggio, J. Edgar Hoover, che ha attraversato quasi mezzo secolo di storia americana alla guida del Federal Bureau of Investigation.
La lotta ai comunisti radicali, la stagione dei gangster, gli arresti eccellenti, il caso Baby Lindbegh, primo rapimento ad aver interessato i media internazionali, ma anche i rapporti con otto presidenti degli Stati Uniti d' America, i dubbi metodi utilizzati per raccogliere informazioni durante il maccartismo: Hoover fu di sicuro uno degli uomini più potenti degli Stati Uniti durante il lungo periodo con cui con pugno di ferro e spinto dalla volontà di salvaguardare dalle minacce esterne la propria nazione guidò l'FBI, contribuendo a creare il mito dei G-Men anche attraverso celate sponsorizzazioni ad aziende cinematografiche ed a editori di fumetti.
Non vi sono solo riferimenti storici nella narrazione, Clint Eastwood dedica ampio spazio ad approfondire, con inattesa sensibilità, la vita privata di colui che avrebbe stravolto totalmente l'FBI, portando innovazioni notevoli nelle tecniche di indagine come l'introduzione dell'archivio federale delle impronte digitali e delle tecniche scientifiche di indagine nel risolvere i delitti, restituendo alla cinematografia un personaggio sicuramente controverso, potentissimo, amato ed odiato dall'opinione pubblica. Leonardo Dicaprio riesce ad dare volto, mimica e giusti movimenti ad un J. Edgar Hoover che è realmente intimo solo nel profondo rapporto con la madre (interpretata da una brava Judi Dench), descritta come una  figura predominante ed autoritaria, capace di influenzare le scelte del proprio figlio al punto da spingerlo a negare quasi i propri sentimenti ed a mantenere celata la propria omosessualità.
Sposando in pieno le teorie in base alle quali il rapporto fra Hoover ed il proprio amico e collega Clyde fosse di tipo sentimentale, nonostante - probabilmente a causa del bigottismo di quei tempi - mai Hoover si fosse apertamente dichiarato omosessuale, Eastwood indugia sulla balbuzie corretta del direttore del Bureau e sul suo difficile rapporto con il gentil sesso e si sofferma sul profondo rapporto fra lui e Clyde Tolson, sull'incapacità di accettare l'arrivo della vecchiaia, sulla ferma volontà di restare sempre al timone e di cedere mai il passo.
L'Hoover di Eastwood è un personaggio involontariamente ambiguo, capace di creare dossier segreti anche sui potenti del momento per cautelare sè stesso e l'FBI ancor prima che per necessità reale, pur nella convinzione di far sempre qualsiasi azione con l'unico scopo finale di servire il proprio Paese.

Piace Leonardo Dicaprio nel ruolo di J.Edgar Hoover, sia appesantito dalla maschera dell'età che nell'interpretare il giovane e volenteroso Edgar.  Molto bravo Armie Hammer, già visto nel doppio ruolo dei gemelli Winklevoss in The Social Network. 
Il taglio dato alla pellicola e la fotografia sono di sicuro impatto,  un po' eccessive le maschere dei protagonisti invecchiati, anche se manca il confronto con i personaggi reali.

Giudizio complessivo: @@@@

Di seguito e descritta parte della trama di J.Edgar

Un anziano Edgar Hoover detta il manoscritto della propria vita partendo dalle prime fasi della propria carriera che l'avrebbe portato a dirigere per quasi cinquanta anni l'FBI, dall'ingresso nel Bureau, al rapporto con la propria madre - interpretata da Judi Dench - autoritaria ed onnipresente, all'incontro con Clyde Tolson che sarebbe diventato l'amico e collega di una vita intera. Dalle prime indagini all'inizio degli anni '20 sotto la direzione di Palmer, fino al caso del rapimento del piccolo figlio di Charles Lindbegh, J. Edgar ripercorre in continui flashback le prime fasi della propria carriera, interrotto più di una volta dal lavoro da svolgere.

nota bene

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