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martedì 13 novembre 2012

Argo: recensione e trama del film di e con Ben Affleck



Teheran, 4 novembre 1979: in piena rivoluzione centinaia di militanti fanno irruzione nell'ambasciata americana, prendendo in ostaggio cinquanta dignitari e dipendenti americani mentre sei riescono a fuggire ed a rifugiarsi negli appartamenti dell'ambasciatore canadese. Sarà compito della CIA e degli Esteri trovare il modo per far uscire da un paese infuocato i sei cittadini americani prima che vengano scoperti ed impiccati pubblicamente.
Basato su una emozionante storia vera, declassificata da top secret solamente da Bill Clinton nella seconda metà degli anni '90, Argo  è un mix fra pellicola drammatica e thriller, con non pochi aspetti documentaristici.  Ben Affleck, nuovamente dietro la macchina da presa a due anni da The Town, pesca abbondantemente dai documenti della CIA e dalle immagini storiche dell'epoca, ricostruendo alla perfezione le istantanee di un'epoca e facendo sì che la trama del film possa snodarsi attraverso i solchi lasciati dalla storia vera.
Il risultato è un film ben costruito, un thriller che gioca sugli stati emozionali dei protagonisti e degli spettatori stessi, rallentando il ritmo della narrazione solo raramente e facendo sì che chi guarda possa restare incollato alla sedia per due ore senza quasi accorgersene.
Più leggero nella prima ora di proiezione, quando vengono trattate tematiche che permettono ad Affleck di ironizzare sia sull'industria cinematografica - emblematica la frase fatta pronunciare a John Chambers/John Goodman -
Quindi tu vuoi venire a Hollywood, far finta che stai lavorando ad un progetto grandioso  senza realizzarlo veramente, giusto?Allora hai scelto il posto giusto!”
sia sui servizi americani, incapaci all'inizio di collaborare fra loro. 
Pian piano che il fulcro della narrazione si sposta in Iran il pathos aumenta e protagonisti diventano i sei cittadini americani, l'ambasciatore canadese e sua moglie, la giovane cameriera iraniana, in un contesto di fine anni '70 ricostruito alla perfezione nelle ambientazioni, nella scelta dei colori e degli abbigliamenti dei protagonisti.

Bravo Affleck nel doppio ruolo di regista e protagonista, maturo come regista ed ottimo come Tony Mendez.  Piace John Goodman nei panni di John Chambers mentre è ottimo Alan Arkin nei panni di Lester Siegel, anziano produttore che vive di glorie antiche.   Recitano bene nei panni dei sei americani  Tate Donovan, Clea DuVall, Scott McNairy, Rory Cochrane, Christopher Denham e Kerry Bishé, riportati perfettamente da truccatori e costumisti nel 1979, fra baffoni folti, barbe e occhialoni vintage.
Nel cast figura anche Victor Garber nel ruolo dell'ambasciatore canadese. 

Giudizio complessivo: @@@@@
Di seguito è descritta parte della trama
Il 4 novembre 1979 l'ambasciata americana di Teheran è assediata ed attaccata dai rivoluzionari iraniani: inizia il calvario per i cinquantasei dipendenti cittadini americani. Sei di questi, impiegati dell'ufficio aperto al pubblico per il rilascio dei visti, scelgono di fuggire ed uscire dall'ambasciata nel momento stesso in cui aiutano gli iraniani presenti ad allontanarsi per evitare ritorsioni. Riusciranno a rifugiarsi negli appartamenti dell'ambasciatore canadese.  Negli States dopo alcune settimane di stallo si decide di intervenire per salvare i sei prima che vengano scoperti - centinaia di bambini stanno infatti lavorando in capannoni per riassemblare i documenti dell'ambasciata distrutti in modo tale da individuare foto e mansioni di tutti i dipendenti. Per l'occasione è chiamato come consulente Tony Mendez, un "exfiltratore", ovvero un esperto di "exfiltration", le operazioni di allontanamento immediato di personale alleato da un lugoo quando questo sia diventato estremamente pericoloso. L'esperto di coperture, all'ascoltare i piani messi in atto dagli Esteri (spacciare i sei per docenti di una scuola per stranieri chiusa da otto mesi oppure farli fuggire in bicicletta per 300 miglia nel freddo inverno iraniano) mette a punto un piano tanto assurdo da risultare "il migliore dei cattivi piani" in possesso degli States:  produrre un falso film e far uscire i sei come operatori dell'industria cinematografica, alla luce del giorno, dall'aeroporto principale della città.  All'inizio sembrerà più complesso convincere chi vive in una Hollywood malconcia come all'epoca lo era la celebre scritta sulla collina, piuttosto che i dirigenti dell'Intelligence e la Casa Bianca.

sabato 3 novembre 2012

007 Skyfall: recensione del film con Daniel Craig, Judi Dench e Javier Bardem


A cinquanta anni di distanza dalla prima pellicola, James Bond torna nelle sale cinematografiche con 007 Skyfall, ad interpretarlo è per la terza volta Daniel Craig.
Non deve pertanto stupire che, in occasione di un anniversario così importante, il film sia di qualità superiore rispetto alla media e che sia il tema del pensionamento collegato a quello della resurrezione (non solo professionale) del protagonista  e del necessario rinnovamento ad essere il vero protagonista. 
Il James Bond di Craig, diretto da Sam Mendes, è infatti uno 007 stanco e provato, tentato di sparire definitivamente dalla scena per godersi una meritata pensione.
 Allo stesso modo la M di Judi Dench (magistrale ancora una volta) lotta con fierezza per ottenere l'obiettivo di lasciare l'MI6 in condizioni migliori rispetto al suo arrivo, sette pellicole fa cinematograficamente parlando, nonostante l'agenzia sia sotto attacco da parte di uno spietato nemico.
Pensione e risurrezione, giovani ed anziani, il filo conduttore dell'intera trama è quello del confronto generazionale, fra i giovani convinti di essere in grado di pensionare i propri predecessori e "vecchietti" pronti a dimostrare di essere ancora adatti al ruolo ricoperto.
Il prologo rientra nei clichè tipici dello spy movie, con una spia che fugge dopo aver rubato dati sensibili e gli agenti "buoni" che si lanciano in un inseguimento spettacolare, fra corse in moto sui tetti del bazar di Istanbul e lotte per la sopravvivenza su un treno in corsa. Il tema del conflitto generazionale è predominante fino all'entrata in scena dell'antagonista di Bond, allorquando allo scontro fra nuovi e vecchi agenti dell' MI6 si sostituisce quello fra l'agente buono, legato alla patria al punto da sacrificare se stesso e l'ex agente maledetto, ritenuto morto da anni e pronto a vendicarsi non tanto dell' MI6 intero quanto di M, vista dal deviato Raoul Silva come una madre che ha tradito il proprio figlio prediletto, piuttosto che come un capo che deve essere pronto a sacrificare un singolo agente, anche lo stesso Bond, per il bene della nazione. 

Se Daniel Craig è impeccabile nel ruolo di un James Bond redivo, quasi risorto dalla morte per tornare a servizio di Sua Maestà,  Javier Bardem offre uno dei migliori antagonisti della spia più amata e nota al mondo, un anti-Bond che agli inseguimenti preferisce gli attacchi attraverso computer e cyberspazio, un "cattivissimo" quasi da fumetto, che a molti ha ricordato un po' il Joker di Heat Ledger.
Per sconfiggerlo, Bond dovrà tornare indietro nel tempo, fino a skyfall, la tenuta di famiglia all'interno della quale il giovane James si rifugiò per giorni alla notizia della morte dei propri genitori. Per i cinquant'anni del mito c'è infatti spazio anche per una bella dose di introspezione psicologica, fatta di richiami al passato ed alla genesi stessa del personaggio.
Trattandosi di una pellicola celebrativa, 007 Skyfall è ricca di citazioni cinematografiche, a partire da quelle dedicate a James Bond stesso. La più apprezzata dai fan è sicuramente la presenza della storica Aston Martin DB5 targata BMT 21A6, già protagonista di alcuni film di 007 negli anni'60 (Goldfinger su tutti), quando James Bond era Sean Connery, o viceversa, macchina che con le mitragliatrici nascoste sotto le luci di posizione e gli uncini che fuoriuscivano dai lati, che contribuì non poco alla nascita del "mito cinematografico" di James Bond.  Per quanto riguarda le altre citazioni, sarà compito dello spettatore scoprire sia quelle palesi che quelle più velate. 

Fra i ritorni apprezzati dai fan della spia con licenza di uccidere sicuramente quello di Q, nuovo, giovane ed un bel po' nerd e di Miss Moneypenny, la segretaria di M, a dieci anni di distanza dall'ultima apparizione, interpretata adesso da Naomie Harris.



Giudizio complessivo: @@@@@
La trama completa di 007 Skyfall è disponibile su wikipedia. 

domenica 14 ottobre 2012

Killer Joe: recensione e trama del film con Matthew McConaughey di William Friedkin



Sesso, sangue e  pollo fritto. Killer Joe è una pellicola sopra le righe, di quelle che difficilmente possono essere racchiuse all'interno di un genere. William Friedkin, regista, fra le altre, di due pellicole entrate nel gotha dei grandi classici di Hollywood, Il braccio violento della legge e l'Esorcista, prova a descrivere il degrado di una certa America fatta di case prefabbricate in periferia, famiglie disastrate, droga, alcool e scommesse attraverso una trama irreale, terribile, a tratti spaventosa.
Se il titolo è tutto per Joe, poliziotto di Dallas che come "secondo lavoro" fa il killer di professione, è la famiglia Smith la vera protagonista, con i suoi componenti degradati, depravati, rissosi. E' su loro che si sofferma l'obiettivo del regista, descritti come poveri di intelletto, traditori, incapaci di provare anche i più naturali e semplici sentimenti. E' la presenza dello schizofrenico Joe a far collassare l'instabile equilibrio della famiglia Smith ancor più della decisione di organizzare l'omicidio della madre dei due ragazzi, vista come una cosa quasi normale, presa senza versare una lacrima.  Mentre la televisione ripete in continuazione scene degli spettacoli di giganteschi fuoristrada dalle enormi ruote, mentre un povero cane abbaia in continuazione cercando di divincolarsi le vicende di Chris e degli altri precipitano, in un crescendo di violenza e sangue.

Il film, che in America è stato proiettato con il rating NC 17, No Children 17 and Under Admitted, è uscito nelle sale cinematografiche italiane l'11 ottobre 2012 con un più che giusto "vietato ai minori di 14 anni" a causa delle scene di violenza, sesso ed ai copiosi spargimenti di sangue, oltre alle tematiche affrontate.  Sono diversi i momenti in cui il sangue scorre realisticamente a fiotti ed alcune scene sono decisamente inadatte ad un pubblico facilmente impressionabile.  Da non perdere, nel bene e nel male, la scena del pollo fritto. 

Buona la performance di Matthew McConaughey, discreti i personaggi femminili.

Di seguito è descritta parte della trama
In una piovosa serata Chris Smith, piccolo spacciatore, bussa ferocemente sulla lamiera della casa in cui vivono padre, sorella e matrigna. Dopo essere entrato ed aver litigato con quest'ultima perchè aveva aperto la porta mezza nuda, con solo una maglietta indosso, Chris chiede al padre di uscire per discutere di alcune cose importanti.  La madre, alcolizzata e drogata, le ha rubato una partita di droga ed ora il ragazzo deve restituire 6000 dollari altrimenti rischierà la vita. Avendo saputo che la madre ha un'assicurazione sulla vita di 50000 dollari la cui unica beneficiaria è la sorella Dottie, affetta apparentemente da un leggero ritardo mentale, vergine in un contesto in cui le altre donne son descritte alla stregua di prostitute.  Uccidere la madre e riscuotere l'assicurazione sembra essere l'unica soluzione ed i due decidono di prendere un appuntamento con Joe Cooper, poliziotto che come secondo lavoro è solito fare il killer su commissione, bravissimo nel far sembrare che le morti siano accidentali. Al suo arrivo "killer Joe", resosi conto che i propri clienti al momento non hanno denaro, chiederà in cambio della prestazione una "caparra" come garanzia del pagamento, la bionda Dottie...

giovedì 11 ottobre 2012

On the road: trama, trailer e foto dal film in uscita con Kristen Stewart, Garrett Hedlund e Kirsten Dunst


Presentato al festival di Cannes 2012, arriva oggi nelle sale cinematografiche italiane l'atteso "On the Road", tratto dall'omonimo celeberrimo romanzo di Jack Kerouac. Walter Salles, già regista di Central do Brasil e dei Diari della Motocicletta, porta per la prima volta sul grande schermo quello che è considerato uno dei simboli della beat generation. Nel cast figurano, fra gli altri, Kristen Stewart, Garrett Hedlund e Kirsten Dunst. 

Sinossi (dal sito ufficiale )
Dopo la morte del padre, Sal Paradise un aspirante scrittore newyorchese, incontra Dean Moriarty, giovane ex-pregiudicato dal fascino maledetto, sposato con la disinibita e seducente Marylou. Tra Sal e Dean l’intesa è immediata e simbiotica. Decisi a non farsi rinchiudere in una vita vissuta secondo le regole, i due amici rompono tutti i legami e si mettono in viaggio con Marylou. Assetati di libertà, i tre giovani partono alla scoperta del mondo, degli altri e di loro stessi. 
“Le sole persone che esistono sono quelle che hanno la demenza di vivere, discorrere, di essere salvate, che vogliono vivere tutto in un solo istante, quelle che non sanno sbadigliare.”

Il trailer ufficiale del film: http://www.youtube.com/watch?v=OunKzArBHaA

La locandina:


Il cast:
 Kristen Stewart, Garrett Hedlund, Kirsten Dunst, Sam Riley, Viggo Mortensen, Amy Adams, Tom Sturridge, Danny Morgan, Alice Braga, Elisabeth Moss
 

lunedì 24 settembre 2012

Il rosso e il blu: recensione e trama del film di Giuseppe Piccioni con Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Roberto Herlitzka


Il disincanto di un anziano professore, l' idealismo del giovane supplente alle prime esperienze, il distacco e l'assenza di emozioni nello svolgere il proprio lavoro della preside, nella scuola di Giuseppe Piccioni, un istituto di frontiera qualunque di Roma come di qualsiasi altra città italiana, sono le storie dei ragazzi a girare intorno a quelle dei tre protagonisti, inizialmente scorrendo accanto a loro senza alcun effetto, pian piano coinvolgendo il supplente di lettere, l'anziano professore di storia dell'arte e la preside, in modo diverso, portando questi su strade nuove o abbandonate da troppo tempo.  La voce narrante è quella del prof. Fiorito, anziano docente che con gli anni ha perso l'amore verso il proprio lavoro e la vita, al punto da odiare il proprio mestiere e soprattutto i tanti ragazzi che ogni anno si avvicendano sui banchi di classe, visti come contenitori vuoti all'interno dei quali nulla può essere messo.  A far da contraltrare è la figura del giovane prof. Prezioso, alle prime armi come docente, ancora pervaso dall'idealismo di chi ha scelto l'insegnamento come missione ed ancora non conosce quali siano possibilità e limiti che un docente deve porsi per svolgere il proprio compito. L'intera narrazione si svolge nel continuo confronto fra le due figure, a prima vista antitetiche, sul rapporto che questi hanno sia con gli alunni che con gli altri docenti. In aggiunta, in una posizione intermedia, si pone la preside o più correttamente la dirigente scolastica, una Margherita Buy abbastanza a suo agio nel ruolo di una donna combattuta fra l'affetto quasi materno verso i propri alunni in difficoltà e  l'asetticità della figura ufficiale e professionale.
Il limite della scuola di Piccioni, fra il rosso e il blu che indicano i diversi approcci educativi, è proprio il voler raccontare troppe vicende, delinando in maniera davvero approfondita solo la figura dell'anziano prof. Fiorito e lasciandone alcune appena delineate a matita, quasi inutili, come l'impalpabile ed insicura docente di scienze naturali o la gran parte degli studenti della quarta F e delle altre classi. 
I momenti più alti e cinematograficamente interessanti sono infatti quelli in cui è presente la figura interpretata da Roberto Herlitzka, mentre il prof. Prezioso di Scamarcio rischia di apparire semplicemente una sbiadita e provinciale copia del prof John Keating(magistrale fu l'interpretazione di Robin Williams ne l'Attimo Fuggente), incapace però di modificare la realtà extra scolastica dei propri alunni, al punto da sbagliare pesantemente due volte nel giudicare la stessa alunna. 
La scuola descritta ne Il rosso e il blu è in piena crisi economica e di ideali, fra carta igienica che manca, lotta fisica fra i docenti per assicurarsi l'ultima sedia disponibile, senza internet, senza videoproiettori, senza nulla di realmente tecnologico. Quel che lascia perplessi è la posizione del regista, che tende quasi a difendere gli alunni, incolpevolmente ignoranti fra genitori senza cultura e docenti senza voglia, al punto da far lanciare ad una di loro l'accusa al mondo che pretende meritocrazia e non difende chi merito non ha, come se il merito non si costruisse quotidianamente proprio a partire dai banchi di scuola, che dovrebbero essere mezzo e strumento di emersione dai bassifondi dell'ignoranza sociale e culturale. 
Anche l'ultima, meravigliosa, lezione del prof. Fiorito probabilmente non lascerà traccia perchè alla fine l'unico interesse degli alunni sarà attendere il suono della campanella che determinerà la fine delle lezioni e l'inizio delle vacanze...

Ottima la performance di Roberto Herlitzka nei panni dell'anziano prof. Fiorito, discreta la Buy. Decisamente fuori ruolo Riccardo Scamarcio, supplente davvero alle prime armi nell'impersonare un docente che avrebbe meritato un'interpretazione di ben altro spessore. Interessante la prova di Davide Giordano (il ragazzo problematico ). Simpatici alcuni degli studenti. Nella pellicola appare anche Gene Gnocchi un una rapida comparsata come marito della Buy.

Giudizio complessivo: @@@@

Di seguito è descritta parte della trama
Sta per suonare la campanella dell'inizio anno scolastico in una delle tante scuole di trincea di Roma, la preside è intenta a mettere la carta igienica nei bagni e pian piano, quasi a spintoni, si fa avanti fra la folla di ragazzini l'anziano prof. Fiorito, protagonista e voce narrante in più occasioni durante lo svolgimento della trama.  Disincantato e stanco, oramai ha rinunciato a combattere ed a insegnare la propria materia dopo anni di appassionate lezioni, Fiorito fa della sigaretta fumata in aula il simbolo del proprio schifo nei confronti sia della propria scuola in cui insegna da tempo immemore che dei ragazzi, visti come inutili ed incapaci di apprendere alcunchè.   Al contrario il prof. Prezioso (Scamarcio) arriva a scuola con tutte le ambizioni e le buone intenzioni di chi è ai primi anni di supplenza in una scuola secondaria superiore, carico di buoni propositi e con la convinzione di poter educare ancor prima che insegnare. Entrambi si trovano ad insegnare nella sezione F, con la classe quarta che diventa protagonista della scena, classe multietnica in cui proprio uno straniero, il rumeno Adam, sembra essere l'unico interessato ad apprendere, l'unico studioso e meritevole.
Uno alla volta, i tre protagonisti (preside ed i due docenti) incontreranno ciascuno un proprio alunno che muterà, indirettamente, il loro modo di porsi dinanzi al proprio ruolo nella scuola.

venerdì 21 settembre 2012

The Bourne Legacy: recensione del film




The Bourne Legacy ha la pretesa di essere un film idealmente legato alla figura di Jason Bourne, pur nella scelta di non far apparire mai la celebre spia impersonata da Matta Damon se non in fotografia. Proprio per distanziarsi dalle pellicole dirette da Paul Greengrass, Tony Gilroy, che dei capitoli precedenti era stato sceneggiatore, sceglie di dedicare i primi minuti ad inquadrare la trama in un contesto parallelo anche se strettamente collegato a quello in cui si era mosso Jason Bourne in precedenza.
Ne consegue che i primi minuti scorrano lenti, fra meravigliose immagini dell'Alaska e discussioni più o meno segrete all'interno di uffici federali, fra prelievi di sangue e pasticche colorate per la manipolazione del comportamento e delle prestazioni che ricordano altre pellicole del genere (limitless ad esempio), con il fantasma di Jason Bourne che appare e scompare nelle parole dei protagonisti e nella mente degli spettatori, contribuendo a creare un continuo confronto fra i primi episodi della saga Bourne e questo, il primo senza Paul Greengrass e Matt Damon.  Pian piano però il film che all'inizio sembra quasi corale e con una trama fin troppo spezzettata inizia a seguire un'unica direzione, quella focalizzata sulla figura dell'agente Aaron Cross (Jeremy Renner), unico sopravvissuto alla "chiusura" del programma, e quel che ne segue è un  film d'azione a tratti avvincente con inseguimenti e sparatorie.

Nonostante una bellissima fotografia, con ambientazioni spettacolari che spaziano dall'Alaska ad arcipelaghi sperduti delle Filippine, il film non convince del tutto anche a causa di una trama che appare in più punti rabberciata. In particolare la dipendenza di Aaron Cross e compagni dalle pilloline blu e verdi è debole come spunto narrativo, sia perchè si tratta di qualcosa di già visto (la pillola che incrementa le prestazioni, quella che rende più intelligenti) sia soprattutto perchè nel momento in cui non serve più alla narrazione viene eliminata con una semplice siringa.

Edward Norton è credibile nel ruolo di Eric Byer, capo di un'agenzia all'interno dell'Agenzia ma scollegata dalla CIA al punto da agire contro le regole ancor prima che al di sopra delle regole. E' forse questo il personaggio meglio delineato, ancor più del protagonista e dell'altra co-protagonista, la  Marta Shearing interpretata da Rachel Weisz.

La pellicola nel suo complesso non dispiace.
Giudizio complessivo @@@








sabato 2 giugno 2012

Marilyn: recensione e trama del film con Michelle Williams, Kenneth Branagh, Eddie Redmayne

Intenso come raramente un biopic riesce ad essere, My week with Marilyn descrive la prima esperienza nel mondo del cinema di Colin Clark (interpretato da Eddie Redmayne) e del suo incredibile incontro con Marilyn Monroe, avvenuto durante le riprese de "Il principe e la ballerina" in Inghilterra.
Marilyn, questo il titolo italiano della pellicola uscita nelle sale cinematografiche il 1 giugno 2012, inevitabilmente diventa con il passare dei minuti un film sulla Monroe, con Michelle Williams che pian piano ruba la scena ad Eddie Redmayne ed a Kenneth Branagh, divenendo figura centrale della narrazione, alla pari del personaggio da lei interpretato. Una Marilyn, quella interpretata dalla giovane attrice che, divenuta famosa nel ruolo di Jen in Dawson's creek, è già alla terza nomination all'Oscar, capace di passare dalla debolezza alla forza, dalla tristezza alla felicità, in scena o nella vita privata, in grado di fare innamorare chiunque.     Se in più di un'occasione la trama vira dal drammatico alla commedia e viceversa, è nella descrizione degli stati d'animo della diva, nella dipendenza di questa da alcool e pillole, nelle difficoltà di realizzazione del film, nel complesso rapporto fra il grande attore e la grande diva, che la pellicola assume i contorni di film biografico, anche se incentrato non più su Colin, che più volte è anche voce narrante, ma su lei, la bionda e bellissima star.
Il regista ha provato, con successo grazie anche all'interpretazione della Williams, a soffermarsi sulle contraddizioni della diva, sui sui sbalzi d'animo, su quell'essere inevitabilmente ed a tratti involontariamente la grande Marilyn, la diva, piuttosto che la semplice Norma Jeane
Ottima la performance di Michelle Williams, che ha ottenuto un Golden Globe ed una candidatura all'Oscar per l'interpretazione.  Piace moltissimo Kenneth Branagh nel ruolo di Laurence Olivier, per cui ha ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista, proprio lui che in passato era stato definito il nuovo Olivier.  Il ricco cast - figura anche Emma Watson, la Hermione  della saga di Hary Potter, nel ruolo di una dolce guardarobiera invaghita del protagonista -è impreziosito anche dall' interpretazione di Judi Dench.   Il protagonista maschile, Eddie Redmayne, è credibile nel ruolo del ricco figlio di famiglia che sceglie di intraprendere la carriera cinematografica, passando dalla magione di famiglia ad una bettola di campagna pur di star vicino agli studios.

Giudizio complessivo: @@@@@

Di seguito è descritta parte della trama del film Marilyn
La pellicola narra di alcune fasi della realizzazione della commedia Il principe e la ballerina, diretta da Laurence Olivier, che volle come protagonista per la trasposizione cinematografica della piece teatrale la diva hollywoodian. Sotto gli occhi di un giovane Colin Clark, entrato nel mondo del cinema per essersi caparbiamente e costantemente proposto come assistente, sfilano intorno alla figura carismatica di Olivier, Vivien Leigh, Arthur Miller, il celebre fotografo Milton Greene e  Sybil Thorndike. Lo stesso Clark, da giovane terzo assistente del regista, si troverà coinvolto nelle vicende legate alla bionda diva, travolto dalla bellezza e dalla dolcezza di questa.

domenica 19 febbraio 2012

Paradiso amaro: recensione e trama del film con George Clooney

The Descendants, uscito nelle sale cinematografiche italiane con l'improprio titolo Paradiso amaro, il cui significato è stravolto come purtroppo spesso accade in Italia,  è uno dei film più attesi alla cerimonia degli Oscar 2012. Alexander Payne riesce a raccontare con delicatezza e bravura un dramma familiare, insistendo sul rapporto  fra un padre e le proprie figlie e fra un uomo ed il passato della propria famiglia indissolubilmente legata alla terra natia, quelle isole Hawaii che diventano protagoniste al pari di Matt King, interpretato da un ottimo George Clooney, in grado di offrire una delle proprie migliori prestazioni sul grande schermo. Tratto dal bestseller "Eredi di un mondo sbagliato" di Kaui Hart Hemming, ambientato in alcune delle principali isole dell'arcipelago delle Hawaii, Paradiso Amaro / The descendants può contare su una sceneggiatura da Oscar - una delle cinque nomination è per la migliore sceneggiatura non originale - ed una trama bene ordita e costruita attorno alla figura predominante di Matt King- George Clooney, protagonista in campo e fuori, essendo in parte anche voce narrante, perfetto nell'interpretare la mutazione caratteriale di un uomo forte travolto dagli eventi, di un padre disabituato ad avere un dialogo con le proprie figlie, di un marito non preparato nè a perdere la propria amata nè a scoprire di essere stato tradito, di un uomo pronto a non rinnegare il proprio passato ed a prendere decisioni anche difficili pur di salvaguardare il patrimonio paesaggistico, una incontaminata spiaggia con annessa foresta tropicale, che lui ed i propri cugini hanno ereditato.  La meravigliosa ambientazione contribuisce a stemperare il dramma, così come alcune figure di contorno hanno il ruolo ben delineato di far assumere toni da commedia a quella che in diversi momenti altro non è che una vera pellicola drammatica e non una "dramedy", commedia drammatica tanto in voga ad Hollywood, come è non a torto catalogata dai principali siti e blog cinefili.
La pellicola nel suo complesso piace, in un continuo alternare momenti tragici ad altri più leggeri, fra scene crude accanto ad un lettino d'ospedale ed una corsa in ciabatte a perdifiato, una lacrima che scende lentamente sul volto segnato dalle rughe del protagonista ed un dito medio alzato dalla piccola Scottie, riflessioni sul testamento biologico ed un cazzotto mollato in pieno volto dal nonno all'amico della nipote.

Ottima la prova di George Clooney, aiutato da una sceneggiatura costruita appositamente per mettere in risalto il protagonista principale, a conferma che un ruolo drammatico gli si addice più di tanti ruoli in pelicole leggere che ha interpretato nel recente passato. Molto brava la giovane Shailene Woodley, capace di ottenere una nomination come migliore attrice non protagonista ai Golden Globe 2012 all'esordio sul grande schermo dopo esser stata protagonista della serie tv La vita segreta di una teenager americana.
Piace la piccola Amara Miller, nei panni di Scottie, diverte e fa riflettere Nick Krause in un ruolo, quello di Sid l'amico di Alexandra, che spesso serve esclusivamente a stemperare la tensione nello spettatore e portare il pubblico ad inaspettata ilarità. Nel cast figurano anche Beau Bridges, Matthew Lillard (lo Shaggy della versione cinematografica di Scooby-Doo), Robert Forster e Judy Greer.

Giudizio complessivo @@@@@
Di seguito e' descritta parte della trama
Matt King è un avvocato hawaiano che, accorso al capezzale della moglie Elizabeth in coma dopo un grave incidente durante una gara in motoscafo, si rende conto di essere stato distante dai propri affetti e promette a se stesso di aver maggiore cura sia della moglie, che della piccola Scottie, la figlia di dieci anni, della quale non si occupava da solo da quando era capitato per caso di farlo sette anni prima,che di Alexandra, la figlia maggiore in collegio presso un istituto dell' "Isola Grande" (l'isola di Hawaii). Come se non bastasse è chiamato, come fiduciario del trust di famiglia, a decidere delle sorti di un intero pezzo di isola incontaminato, ereditato dai propri avi ed in particolare dalla trisavola principessa hawaiana che aveva sposato il proprio banchiere bianco.
Entrambi i compiti saranno ardui per Matt, onesto ed infaticabile lavoratore nononstante  l'ingente patrimonio familiare, soprattutto nel crescere da solo due ragazze problematiche in età cruciali. In una situazione già difficile da gestire arriveranno due notizie a scoinvolgere la vita della famiglia King: la consapevolezza che la morte di Elizabeth giungerà presto e la scoperta che costei aveva un ignoto amante. Matt deciderà di cercare costui....

lunedì 13 febbraio 2012

World Invasion (2011): recensione del film con Aaron Eckhart


Battle: Los Angeles, è questo il titolo originale del film curiosamente giunto in Italia con un titolo differente, seppur sempre in lingua originale, World Invasion, in modo tale da far perdere ogni riferimento storico voluto con quella che è nota come "battaglia di Los Angeles", episodio storico reale avvenuto a inizio - per gli USA - seconda guerra mondiale. La pellicola, uscita nelle sale cinematografiche nel corso del 2011, alterna il fantascientifico tipico di certe pellicole catastrofiche che prevedono l'invasione aliena ed il tentativo di colonizzare la Terra a ritmi e gestione della macchina da presa tipici dei "war movie" di ultima generazione, senza mai esaltare davvero lo spettatore, nè presentare alcun spunto narrativo realmente originale. Se Liebesman, la cui filmografia si ferma in pratica al prequel di Non aprite quella porta,  sembra più interessato alle scene di guerra per strada rispetto al tema dell'invasione aliena, quel che manca è qualsiasi spunto di originalità che dia alla pellicola un senso diverso da quella sensazione di "già visto" che assale lo spettatore sin dall'inizio. Il sergente esperto che vuole essere congedato non sopportando il pensiero di aver perso parte dei propri uomini, il giovane tenente alla prima vera operazione militare, spaesato e spesso incerto ma pronto a morire da vero eroe, la soldatessa mascolina e sboccata, scene degne di un war game con fughe in casa ed avversari che appaiono dal nulla, pronti a scomparire nuovamente per consentire la fuga dei marines,  mostri alieni mix fra cyborg e personaggi usciti da un film di Alien, astronavi aliene che ricordano tante altre di film più o meno antichi, l'eroismo dei marines, i civili da salvare e portar con sè, la scena dell'elicottero che salva i feriti ma viene subito colpito dai nemici... l'intero film è un mix di scene già girate e viste altrove e si capisce come mai in Italia abbia incassato così poco.
Il cast è composto da attori spesso più presenti sul piccolo schermo che al cinema, capeggiati da una star di Hollywood come Aaron Eckhart  nei panni del sergente protagonista della pellicola: il gruppo di commilitoni è infatti composto di numerosi membri, da Ramon Rodriguez (attualmente in Tv sugli schermi italiani con la prima serie -e unica dato che è stata cancellata- della nuova versione di Charlie's Angels), a Michelle Rodriguez  ed al cantante e compositore Ne-Yo.

Giudizio complessivo: @@


lunedì 16 gennaio 2012

J. Edgar - recensione del film di Clint Eastwood con Leonardo Dicaprio


Esportare un pezzo non eroico nel senso stretto del termine di storia americana nei cinema d'oltreoceano non era semplice. Con questa doverosa premessa va affrontata la scrittura della recensione di J. Edgar, film biografico diretto da Clint Eastwood ed uscito nelle sale cinematografiche italiane il 4 gennaio 2012, in quanto appare evidente che la sensazione che la pellicola sia un po' troppo lunga e che si tenda ad indugiare un po' troppo in alcuni punti possa essere dovuta alla scarsa conoscenza che il pubblico italiano ha di questo controverso personaggio, J. Edgar Hoover, che ha attraversato quasi mezzo secolo di storia americana alla guida del Federal Bureau of Investigation.
La lotta ai comunisti radicali, la stagione dei gangster, gli arresti eccellenti, il caso Baby Lindbegh, primo rapimento ad aver interessato i media internazionali, ma anche i rapporti con otto presidenti degli Stati Uniti d' America, i dubbi metodi utilizzati per raccogliere informazioni durante il maccartismo: Hoover fu di sicuro uno degli uomini più potenti degli Stati Uniti durante il lungo periodo con cui con pugno di ferro e spinto dalla volontà di salvaguardare dalle minacce esterne la propria nazione guidò l'FBI, contribuendo a creare il mito dei G-Men anche attraverso celate sponsorizzazioni ad aziende cinematografiche ed a editori di fumetti.
Non vi sono solo riferimenti storici nella narrazione, Clint Eastwood dedica ampio spazio ad approfondire, con inattesa sensibilità, la vita privata di colui che avrebbe stravolto totalmente l'FBI, portando innovazioni notevoli nelle tecniche di indagine come l'introduzione dell'archivio federale delle impronte digitali e delle tecniche scientifiche di indagine nel risolvere i delitti, restituendo alla cinematografia un personaggio sicuramente controverso, potentissimo, amato ed odiato dall'opinione pubblica. Leonardo Dicaprio riesce ad dare volto, mimica e giusti movimenti ad un J. Edgar Hoover che è realmente intimo solo nel profondo rapporto con la madre (interpretata da una brava Judi Dench), descritta come una  figura predominante ed autoritaria, capace di influenzare le scelte del proprio figlio al punto da spingerlo a negare quasi i propri sentimenti ed a mantenere celata la propria omosessualità.
Sposando in pieno le teorie in base alle quali il rapporto fra Hoover ed il proprio amico e collega Clyde fosse di tipo sentimentale, nonostante - probabilmente a causa del bigottismo di quei tempi - mai Hoover si fosse apertamente dichiarato omosessuale, Eastwood indugia sulla balbuzie corretta del direttore del Bureau e sul suo difficile rapporto con il gentil sesso e si sofferma sul profondo rapporto fra lui e Clyde Tolson, sull'incapacità di accettare l'arrivo della vecchiaia, sulla ferma volontà di restare sempre al timone e di cedere mai il passo.
L'Hoover di Eastwood è un personaggio involontariamente ambiguo, capace di creare dossier segreti anche sui potenti del momento per cautelare sè stesso e l'FBI ancor prima che per necessità reale, pur nella convinzione di far sempre qualsiasi azione con l'unico scopo finale di servire il proprio Paese.

Piace Leonardo Dicaprio nel ruolo di J.Edgar Hoover, sia appesantito dalla maschera dell'età che nell'interpretare il giovane e volenteroso Edgar.  Molto bravo Armie Hammer, già visto nel doppio ruolo dei gemelli Winklevoss in The Social Network. 
Il taglio dato alla pellicola e la fotografia sono di sicuro impatto,  un po' eccessive le maschere dei protagonisti invecchiati, anche se manca il confronto con i personaggi reali.

Giudizio complessivo: @@@@

Di seguito e descritta parte della trama di J.Edgar

Un anziano Edgar Hoover detta il manoscritto della propria vita partendo dalle prime fasi della propria carriera che l'avrebbe portato a dirigere per quasi cinquanta anni l'FBI, dall'ingresso nel Bureau, al rapporto con la propria madre - interpretata da Judi Dench - autoritaria ed onnipresente, all'incontro con Clyde Tolson che sarebbe diventato l'amico e collega di una vita intera. Dalle prime indagini all'inizio degli anni '20 sotto la direzione di Palmer, fino al caso del rapimento del piccolo figlio di Charles Lindbegh, J. Edgar ripercorre in continui flashback le prime fasi della propria carriera, interrotto più di una volta dal lavoro da svolgere.

sabato 7 gennaio 2012

Immaturi: il viaggio - recensione del film di Paolo Genovese con Ambra Angiolini, Raoul Bova, Luca e Paolo


Complice il buon successo ottenuto da Immaturi, Paolo Genovese ripropone, come sta accadendo spesso per quanto riguarda le commedie italiane, dopo meno di un anno l'ovvio sequel: una volta conquistata a fatica la maturità è tempo di prepararsi al viaggio post-maturità. Immaturi: il viaggio, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 4 gennaio 2012,  riprende il filo narrativo degli eventi del precedente episodio ma ancora una volta, maggiormente rispetto a quanto accaduto nel film uscito meno di un anno fa, la sensazione è che la verve comica e la bravura degli attori protagonisti sia stata sprecata per realizzare in tutta fretta un prodotto che riprendesse gli aspetti peculiari che avevano decretato il successo di Immaturi, che ha incassato oltre 15 milioni di euro al botteghino nel 2011 (fonte mymovies), perdendo però sia l'originalità legata all'episodio da cui traevano spunto gli eventi della prima pellicola (l'errore formale durante l'esame di stato e la necessità di "rifare l'esame" dopo venti anni per non vedersi invalidato il diploma) sia quell'aria da amarcord un po' vintage dovuta all'incontro degli amici dopo tanti anni. 
Immaturi: il viaggio è una commedia corale durante la cui proiezione più di una volta si ride, leggera e non noiosa, che però mai decolla davvero e mai approfondisce gli spunti interessanti, soffermandosi piuttosto sugli stereotipati luoghi comuni legati agli italiani in vacanza nelle isole greche. 
Amori, tradimenti, tentazioni, alcool, malattie, matrimoni in arrivo e finzioni.. il gruppetto degli eterni im-maturi in una settimana è messo alla prova da numerose situazioni curiosamente compromettenti, in una Paros che di giorno è incantevole località balneare e di notte il luogo di divertimento più tipico dei ventenni odierni, fra happy hour in spiaggia, baretti e discoteche.  Come spesso accade nelle commedie corali italiane, la necessità di dare il giusto spazio a tutti i protagonisti fa sì che mai davvero venga approfondito il carattere di un personaggio e che la sensazione che in fondo immatura sia proprio la pellicola, con diversi spunti lasciati là e qualche rimando alla pellicola precedente difficile da capire per chi non l'abbia vista, come la cleptomania di Francesca (Ambra Angiolini) o la finzione creata da Piero Luca Bizzarri. 
Le scene finali del film, delle quali non si scrive per non svelare in toto la trama, sono probabilmente quelle più originali e meglio riuscite dell'intera pellicola.
Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, pur bravi, non convincono in pieno. Ricky Memphis passa dall'essere un figlio bamboccione ad un fidanzatino modello, con una recitazione che è piatta come il personaggio che interpreta. Ambra Angiolini si trova ad affrontare più volte la scena da sola, sfoggiando - fra l'altro - una forma fisica invidiabile.  Dell'intero cast la miglior performance, paradossalmente, è del maturo Maurizio Mattioli, divertente e divertito nei panni del padre di Lorenzo.  Discreti gli altri. Nel cast figura anche, in un cameo, Luca Zingaretti.

Giudizio complessivo: @@1/2

Di seguito è descritta parte della trama

Una volta conseguita (nuovamente) la maturità, è tempo di organizzare il viaggio del dopo esame di stato per gli im-maturi alla volta dell'isola greca di Paros.  In cinque (Giorgio, Lorenzo, Piero, Virgilio ed Eleonora) partiranno con una nave traghetto che sembra quasi un carro bestiame ultra carico e le restanti tre (Francesca, Marta ed Eleonora) li raggiungeranno il giorno dopo. Durante la prima giornata a Paros però succederanno eventi tali da stravolgere il futuro andamento della vacanza: Piero conoscerà la giovane Gloria (interpretata da Francesca Valtorta), Virgilio verrà a conoscenza che Eleonora ha un tumore e dovrà tenere la notizia per sè, Lorenzo e Giorgio incontreranno due giovani ed avvenenti spagnole che metteranno a dura prova i loro rapporti con le rispettive moglie e fidanzata. Lorenzo in particolare si troverà, dopo aver bevuto due o tre tequila, a mantenere il sottile filo del vestitino della bella Rocio Munoz che tenderà a scomparire come quello di Charlize Theron nella celeberrima pubblicità Martini. 

Curiosità:
La locandina contiene un banale errore di fotoritocco: Raoul Bova ha ben tre mani...

mercoledì 7 dicembre 2011

Radici, film musicale su e con Enzo Gragnaniello, dall' 8 dicembre nelle sale cinematografiche

la locandina del film Radici
Si riceve e volentieri si pubblica il comunicato stampa riguardante l'uscita al cinema Martos Metropolitan di Napoli del film musicale "Radici" di Carlo Luglio su e con Enzo Gragnagniello, su cui già si è scritto in occasione della prima.
 Radici, il film musicale di Carlo Luglio, arriva in sala Giovedì 8 Dicembre 2011

Giovedì 8 Dicembre 2011, Figli del Bronx in collaborazione con il Comune di Napoli e l'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, annuncia l'uscita al Cinema Martos Metropolitan di Napoli del film musicale "Radici" di Carlo Luglio su e con Enzo Gragnagniello, presentato nella sezione “Giornate degli Autori” della 68. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (2011). Nel cast figurano Tony Cercola, Franco Del Prete, Maria Luisa Santella, Enzo Moscato, Riccardo Veno, James Senese, Ida Di Benedetto, Ciccio Merolla, Giovanni Persico, Piero Gallo, Francesco Iadicicco, Attilio Pastore, Erasmo Petrigna. “Radici” è una produzione “Figli del Bronx” (Gaetano Di Vaio, Pietro Pizzimento, Fabio Gargano) per la distribuzione di “Minerva Pictures Group”. 

Giovedì 15 Dicembre 2011, all'Istituto di Cultura Italiano di Parigi avrà inizio il "Mala Vista Social Tour" - proiezione del film "Radici" + concerto di Enzo Gragnaniello e i Sud Express, con special guest Tony Cercola, Ciccio Merolla e Riccardo Veno, la seconda tappa del tour è prevista per il 22 dicembre alla Multisala Sofia di Pozzuoli, a seguire il 1° Gennaio 2012 al festival "Capri Hollywood" di Capri, il 2 Gennaio al Teatro Augusteo di Napoli, il 7 Gennaio al Cinema Pierrot di Ponticelli, il 12 gennaio al Teatro Cinema La Perla di Agnano ed il 21 Gennaio al Teatro Cinema delle Arti di Salerno. Il tour lascerà i confini nazionali per continuare il viaggio il 14 Febbraio 2012 a Mosca e si concluderà nel mese di Aprile al Barbican Centre di Londra all'interno del Film Festival LIDF. 

Info: Figli del Bronx tel. 0810203639
Link Trailer "Radici " di Carlo Luglio : http://youtu.be/SHh6tEGy6hE
Il film è un viaggio musicale con Enzo Gragnaniello nella memoria di una Napoli di “sotto”, dei suoi luoghi magici, mitologici e storici ma, anche un percorso nella città di “sopra”, attraverso i suoi monumenti e i suoi quartieri più vivi, sempre punteggiato dalle performance realistiche e oniriche di Gragnaniello con i Sud Express che si intrecciano in siparietti con artisti partenopei. Una sorta di musicarello su presente e passato con un taglio leggero che infonde emozioni musicali e visive con il proposito di regalare allo spettatore scorci sulla bellezza millenaria e sulle vitalità nostrane ormai offuscate da continue rappresentazioni mediatiche sul degrado umano e territoriale.

martedì 8 novembre 2011

La peggior settimana della mia vita: recensione del film con Fabio de Luigi, Cristiana Capotondi e Alessandro Siani

La peggior settimana della mia vita, primo film da regista di Alessandro Genovesi, è una leggera e divertente commedia incentrata sulla settimana precedente il matrimonio del protagonista Paolo, interpretato da Fabio de Luigi, durante la quale una serie di eventi tragicomici rischia di trasformare quella che dovrebbe essere, almeno secondo gli auspici iniziali, la migliore settimana della propria vita, in una serie di giornate da incubo
L'ansia di risultare simpatico e valido agli occhi dei futuri suoceri ed una serie di imprevisti faranno sì che il futuro sposo venga a ritrovarsi in un susseguirsi di incresciose ed inverosimili situazioni, da cui non sarà semplice uscire se non risultando sempre più improbabile come genero agli occhi dei genitori della sposa. In questo La peggior settimana della mia vita richiama un po', senza uguale originalità e con le dovute proporzioni legate alla caratura degli attori, ti presento i miei anche se la "fonte principale" di ispirazione è la sitcom statunitense La Peggior settimana della mia vita andata in onda anche in Italia nel corso del 2009, a sua volta tratta dalla sitcom britannica The Worst week of my life.
 Ritenendo che film come questi abbiano come unico scopo quello di costituire un breve intervallo dallo stress quotidiano, senza alcuna reale pretesa di rappresentare spaccati di scena vissuta o idee e pensieri, va scritto che in tal senso la pellicola raggiunge pienamente il proprio obiettivo, dato che in sala si ride di gusto in più di un'occasione e che la trama, pur rabberciata in più punti, non presenta pause noiose durante la proiezione. 
Se infatti alcune scene sono fra di loro scollegate, ridotte a pure e semplici gag coadiuvate anche dal fatto che il procedere degli eventi sia diviso per giorni ed intervallato dall'indicazione temporale, all'interno dei singoli spezzoni di pellicola le vicende dei protagonisti scorrono abbastanza fluide e c'è qualche spunto comico originale. 
Alessandro Siani, preso in misura contenuta come in questo caso, non dispiace nè sembra eccessivo nella ricerca della risata causata dall'esasperazione verbale del proprio dialetto partenopeo anche se in più di un'occasione sembra scimmiottare senza successo l'indimenticato ed imparagonabile Massimo Troisi.
Come spesso accade per i film di questo genere, un notevole aspetto negativo sta nella troppo poco occulta pubblicità che obbliga sceneggiatori e regista a creare quelle condizioni tali da mettere in risalto questo o quel marchio, realizzando scene che ben poco hanno a che fare con la trama, obbligando i protagonisti a entrare in qualche negozio per oscuri motivi o ad aprire il frigorifero senza alcun perchè che non sia quello di far apparire un determinato prodotto o marchio: nessuno è contrario alla pubblicità nei film purchè sia al servizio della trama e non viceversa...
Il film, a parte le scene asservite alle pubblicità, ruota intorno al protagonista principale e pertanto risente degli alti e bassi dovuti alla recitazione di Fabio de Luigi, spesso divertente, talvolta un po' troppo ripetitivo in mimica e modi di esprimersi divenuti un po' troppo dei "classici" a loro modo del suo recitare, a prescindere dal ruolo interpretato. 

Buona nel complesso la performance di Fabio de Luigi, mentre Cristiana Capotondi si limita ad essere una spalla quasi trasparente, nè comica nè capace di offrire spunti di riflessione. Divertente a tratti Alessandro Siani, che in questo film ha un ruolo marginale.
Se le performance di Monica Guerritore - la mamma della sposa - ed Antonio Catani - il padre- non convincono in pieno, divertente è la nonna interpretata da Gisella Sofio e spassose sono le apparizioni di Andrea Mingardi e Rosalba Pippa in arte Arisa, che nella loro breve apparizione si concedono anche un duetto canoro.
Giudizio complessivo: @@@

La trama è già stata pubblicata in un altro post, insieme a contenuti speciali aggiuntivi

lunedì 7 novembre 2011

La Kryptonite nella borsa: recensione del film di Ivan Cotroneo con Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero de Rienzo

Ricevo e volentieri pubblico  Io la recensione del film La Kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo con Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero de Rienzo, scritta da Daniela Persico di Incontrollabilmente Io. Lo stile della blogger napoletana è sicuramente differente da quello del sottoscritto, il che conferisce a questa recensione, come alle altre sue pubblicate in passato su questo blog, grande originalità.  Trattandosi di una pellicola che celebra Napoli, questa recensione verrà pubblicata anche su www.laboratorionapoletano.com

La kryptonite nella borse è un film delizioso.
Potrei anche smettere qui, perché parlare di certe cose - anche analizzandole, anche sottolineandole nei più sottili passaggi, anche cogliendone le più giuste e profonde sfumature -, alle volte, fa correre il rischio di banalizzarle.

Perché le "cose" carine, lievi e dolci sono tali perché sono tali; sono tali in quanto semplici.
E da semplici andrebbero prese, senza tanta liturgia.
Ma non resisto, ovviamente. Perché sono io, intanto.
Ma anche perché questo film voglio celebrarlo, perché celebra quello che ho di più caro al mondo:  Napoli e l'idea migliore della napoletanietà.

Voglio celebrarlo, anche e soprattutto, per fare un piccolo ma sentitissimo omaggio a quello che, a mio parere, è un genio misconosciuto alle masse (non all'intellighenzia, fortunatamente): Ivan Cotroneo.
Ivan Cotroneo è il regista, lo sceneggiatore del film.
Cotroneo è il sorriso, la fragilità, la forza, che si nasconde dietro ogni protagonista, ma è anche l'autore del libro da cui è stato tratto questo piccolo, delicato, romanticissimo film, che, come programaticamente si afferma, è una storia d'amore.

Bisogna però intendersi su cosa s'intenda per amore.

Cotroneo, e tutti i folli savi, lo intende bacchicamente, come sentimento onnicomprensivo, come moto dell'animo costante, come occhio sempre aperto che sottolinea e gode della bellezza, ovunque la incontri, in una persona, in un luogo, in un oggetto, in una situazione.

E così, quello che questo piccolo prezioso film resistituisce allo spettatore è sì, la storia di un piccolo ed imberbe Ulysses perso nella napoletanità dei primi anni settanta; sono sì le sue romantiche peregrinazioni ai bordi del collasso del suo mondo (la crisi del rapporto dei suoi genitori, la depressione della madre, la perdita dell'amato cugino che crede di essere Superman, l'incapacità di affrontare quelli più cattivi, o semplicemente più stupidi, di lui).
Ma, anche e soprattutto, La kryptonite nella borsa regala un amore pindarico ed onnicomprensivo per Napoli, città emblematica di tanto, come sempre.

Napoli è, per Ivan Cotroneo che ci è nato sul finire degli anni sessanta, madre - una sorta di quarta madre -, ispirazione, donna da corteggiare (meravigliosa dopo una pletora di piccoli deliziosi dettagli la transvolata notturna sulle suggestive note di Life on Mars, immarcescibile canzone del Duca Bianco, indubbia dichiarazione d'amore alla città che pure ha abbondonato in gioventù), consolazione, monito e perfino estrema censura.

La povertà cui sa costringere alcuni dei suoi figli, infatti, è punizione e compatimento, sembra dirci Cotroneo.


E così, potrei dire del cast particolarissimo che va da una perfetta Golino, malinconica e dolente, ad un'ineffabile Anita Caprioli, nel ruolo di una napoletanissima Madre celeste, rassegnata alle esosità di noi altri umani, alla sempre brava De Cicco (attrice, anch'essa non valorizzata come dovrebbe, pur vantando partecipazioni in film autoriali di alto livello), al misurato e affascinante Gifuni, al dolce "bastardo incosciente" Zingaretti, che fa della propria inadeugatezza riscatto, dopo l'uccisione di tre pulcini e grazie ad un'insalata.

E ancora potrei ricordare "i ragazzi del mistero" Capotondi e De Rienzo bellissimi, divertentissimi, ma l'uno per l'altra, come ogni fratello dovrebbe essere.
E soprattutto sottolineare la bravura del giovanissimo Nemolato, SuperMan per amore,
 Cotroneo per vocazione (un po' come accade nei film di Allen in cui la parte idealmente sua è interpretata da altri attori, Nemolato finisce perfino per somigliare fisicamente ad Ivan Cotroneo).

Efficacissimo nelle sue apparizioni, incredibile nell'imperdibile monologo finale.

Oppure potrei sottolineare quella che forse, inaspettatamente, è stata la scena migliore: un uomo, Massimiliano Gallo, che in ppp strettissimo, parla sulle scale di un palazzo popolare alle soglie di quello che se non stesse, per l'appunto su delle scale, sarebbe decisamente un vascio, o meglio ancora la perfetta resa visiva della casa paterna di Filomena Marturano.
Due stanze (i nostri appartamenti) in cui abitano padri, figli, madri, fratelli in generazioni trasversali, di letti sempre disfatti, in quanto unici mobili.

L'emblema di una napoletanità povera che non è mai povera napoletanità.

O forse che non lo era.

Un uomo che dall'alto di un'evidente differente situazione socio-culturale-censuale, in quel "vascio" ci entra per prendere e portare via la donna della vita, quella che cercava l'uomo ricco, ma che, alla fine, arrossisce e gode solo del suo ricco amore.

E perché, come direbbe, Rosaria, intrappolata più che nel tradimento patito, nella propria differente sensibilità, non possiamo essere tutti felici così?

Io sono un'enfatica, lo so, credo nelle cose che amo, pure questo è vero. 


Eppure vi prego, e lo faccio con tutto il cuore, di vedere La kryptonite nella borsa, di leggerlo perfino.

Di conoscere, amare, diffondere, l'esitenza di Ivan Cotroneo, regista, scrittore, traduttore di Kureishi e Cunnigham, autore televisivo di Serena Dandini e Corrado Guzzanti, autore di testi teatrali.

Di amare e far amare Ivan Cotroneo, napoletano.

 

giovedì 27 ottobre 2011

Carnage: recensione del film di Roman Polanski con Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz

Non è semplice riuscire a realizzare una pellicola la cui unica ambientazione sia una stanza di appartamento senza che il pubblico debba annoiarsi un istante solo. Carnage, applaudito ma non premiato all'ultima mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, è probabilmente il più interessante fra i film usciti nelle sale cinematografiche nel terzo quadrimestre del 2011, con un magistrale Roman Polanski dietro la macchina da presa, in grado di evidenziare anche il minimo sussulto emotivo di ciascuno dei quattro protagonisti principali, capace di descrivere un piccolo psico-dramma familiare con una cura dei particolari quasi maniacale, dove nulla è lasciato al caso, nemmeno la disposizione dei libri su un tavolino.  
Con doviziosi e continui cambi di messa a fuoco attraverso una cinepresa spesso ferma ed immobile, talvolta concitatamente in movimento, sfruttando gli angoli dell'appartamento ed ogni singola superficie in grado di riflettere l'immagine dei protagonisti, il regista riesce a dare spessore ad un incontro conciliatore fra due coppie di genitori, a delinearne in maniera più che approfondita il carattere, le idee, le movenze, chiedendo a consumati e bravissimi attori di abbandonare i cliché tipici di chi recita davanti ad una macchina da presa per prendere quelle movenze ed espressioni facciali tipiche dell'attore di teatro.  Basata sulla pluripremiata piece teatrale Le Dieu du carnage,  l'intera pellicola offre spunti da antologia del cinema e già i primi istanti del film sono di sicuro impatto, con l'ottica fissa su un angolo di un parco di Brooklyn,  mentre, allo scorrere dei titoli di testa ed ancora con la colonna sonora in sottofondo, si scorgono da lontano dei ragazzini intenti a litigare ed uno di questi colpire l'avversario al volto con un bastone: lo spunto affinchè due coppie all'apparenza del tutto distanti e differenti fra loro si incontrino è offerto.
Carnage rientra nel novero delle "black comedy" e se è indubbio che si rida in alcuni passaggi, va sottolineato che il cinismo ed il modo di comportarsi di alcuni dei protagonisti sia tale da riuscire a suscitare sentimenti di antipatia in buona parte del pubblico, che tende a partecipare pertanto emotivamente al susseguirsi degli eventi in casa Longstreet, a quel balletto fra uscite e rientri in scena, all'alternarsi del ruolo di "cattivo" ed al venir meno, con il tempo e con l'aiuto di una buona dose di un buon scotch invecchiato, di qualsiasi maschera finto-buonista portata da ciascun genitore.

Bravissimi tutti e quattro i protagonisti, eccezionale Jodie Foster capace di trasmettere dubbi e sicurezze, di irretire o rendere accondiscendente lo spettatore con una smorfia o uno sguardo, con un cambio di colorito o una semplice parola non detta.  Splendidamente irritante a causa del ruolo di cinico avvocato di punta di una casa farmaceutica chiamata a difendersi da una probabile class action, comico nel momento della perdita del prezioso telefonino,  Christop Waltz conferma le eccellenti doti che lo hanno portato a vincere l'Oscar nel 2010 per Bastardi senza gloria.  Kate Winslet recita quasi alla pari della Foster, più che buona l'interpretazione di John C. Reilly.

Giudizio complessivo: @@@@@1/2



giovedì 20 ottobre 2011

I due presidenti (2010): recensione del film con Dennis Quaid e Michael Sheen


Raccontare la storia recente senza sfociare nel documentaristico è qualcosa di complesso e spesso di arduo da realizzare. Accade infatti che in pellicole come "I due presidenti", solito titolo italiano di gran lunga meno di impatto dell'originale "The Special Relationship",  l'attenzione sia talmente rivolta a far assomigliare i protagonisti ai loro omologhi reali da far trascurare alcuni elementi essenziali per la buona riuscita di un film.  Terza pellicola incentrata sulla carismatica figura di Tony Blair per lo sceneggiatore Peter Morgan e per l'attore Michael Sheen, su I due presidenti pesa il fatto di essere nata fondamentalmente per un pubblico da tv via cavo, non cinematografico, sebbene sia stata in alcuni casi, come in Italia, distribuita nelle sale cinematografiche con ben poco successo.  
La trama ricostruisce il rapporto di amicizia speciale che si instaura quasi istantaneamente fra Bill Clinton, presidente in carica degli Stati Uniti d'America ed il più giovane Tony Blair, in procinto di essere il primo laburista a ricoprire la carica di primo ministro dopo oltre diciotto anni di governo conservatore. Il punto di vista, come nelle due pellicole precedenti, è quello del leader laburista, così come sulla sua figura è fissata la cinepresa, sulla rapida crescita in termini di consenso da una parte e di consapevolezza del proprio ruolo dall'altra, nel passare da discente dinanzi alla figura dominante del grande Clinton a docente di politica a fine mandato del presidente americano.  Se il tema principale è il rapporto speciale fra i due presidenti, è indubbio che il regista, così come l'autore del soggetto e della scenografia, sia quello di descrivere la parabola non da tutti apprezzata di un leader laburista, progressista, all'apparenza idealista sognatore di un partito laburista mondiale che poi si rivelerà grande amico ed alleato del più conservatore fra i capi di stato occidentali, George W. Bush, criticato per questo anche in maniera molto dura, come accadde con la canzone di George Michael Shoot the dog. 
Non è un caso che la realtà ceda il passo alla finzione cinematografica nel passaggio di consegne fra Clinton e Bush, allorquando al Blair di Sheen si sostituirà nelle scene finali quello originale, nel primo incontro ufficiale a Camp David che sancirà una nuova e del tutto differente relazione speciale.

Oramai perfettamente simbiotico con Tony Blair, Michael Sheen riesce ad interpretare alla perfezione il personaggio politico anglosassone, meno adatto al ruolo Dennis Quaid, non simile nell'estetica e spesso fin troppo macchiettistico. Ottime nel ruolo dell first lady sia Hope Davis, Hillary Clinton, che Helen McCrory.  Fin troppo caricaturale la figura di Chirac, del tutto assenti dal panorama politico descritto nella pellicola, di produzione HBO e BBC, i protagonisti della scena italica.

Come documentario o docufiction la pellicola non è male, come film adatto ad una sala cinematografica il giudizio è invece inferiore.
Giudizio complessivo: @@1/2

giovedì 6 ottobre 2011

Divorzio all'italiana (1962): recensione del capolavoro con Marcello Mastroianni di Pietro Germi


Divorzio all'italiana rientra nel novero dei capolavori indiscussi di un certo modo di fare cinema "all'italiana" che ha avuto enormi consensi di critica e pubblico un po' ovunque, dalla vicina Francia alla lontana Hollywood.  Sarcastica e grottesca, la commedia sceneggiata e diretta dal grande Pietro Germi ed interpretata da un superlativo Marcello Mastroianni ebbe tanto successo da ottenere tre nomination agli Oscar del 1963 (miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura), vincendone uno (per la sceneggiatura originale),  tanto da vincere il premio per la migliore commedia al Festival di Cannes e due golden globe fra cui quello per il miglior attore protagonista di una commedia.
Nulla è lasciato al caso, nessun passo del film, nessun singolo nodo della trama ordita alla perfezione sembra essere fuori luogo, il ricorso all'immaginazione del protagonista per evidenziarne i desideri, per collegare diversi momenti della narrazione è un espediente che ha fatto scuola, le risate nascoste degli abitanti del luogo risuonano al contempo nelle orecchie del disonorato e del pubblico, l'assurdità di alcuni modi di fare e di comportarsi di un'Italia ancora troppo legata ad antichi retaggi ed abitudini viene stigmatizzata alla perfezione.  Divorzio all'italiana risulta ancora oggi divertente e piacevole e continua ad offrire spunti di riflesisone, anche se il contesto sociale, politico, economico è profondamente differente, almeno in apparenza. E' interessante notare come Germi fosse capace di realizzare una commedia grottesca infarcita di citazioni dotte, da poemi letterari alla lettura di interi articoli del codice penale: si può scrivere senza errore che alla base della trama infatti vi sia proprio l'articolo 587 del codice penale, quello riguardante il delitto d'onore, abrogato solo nel non lontano 1981.

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella [c.p. 540], nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni 

Il desiderio del protagonista, il barone Ferdinando Cefalù, di liberarsi della propria odiata moglie porta costui a fantasticare ed a sognare ad occhi aperti, come nell'istante in cui vede la moglie, da intenta che era a far "sabbiature" in spiaggia, sprofondare fra le sabbie mobili.  Il desiderio nei confronti di Angela, la bella e giovanissima cugina interpretata da una giovane Stefania Sandrelli, lo porta a cercare la soluzione più adatta per tornare libero nell'impossibilità di divorziare, dato che la legge dell'epoca, come ben noto, non lo permetteva.  Un caso di cronaca salito alla ribalta dei giornali siciliani, il caso di una moglie tradita che aveva vendicato il proprio onore uccidendo il marito, fa studiare a Ferdinando un piano complesso e difficile: la moglie dovrà innamorarsi di uno sconosciuto e lui, disonorato, potrà farsi giustizia da solo, con pena minima e con la speranza, un giorno, di poter amare ricambiato la cugina.  L'evoluzione della trama porterà però a situazioni impreviste e l'esito finale non sarà scontato come può sembrare...


Magistrale Marcello Mastroianni, bravissimi un po' tutti i personaggi secondari (Daniela Rocca, Leopoldo Trieste, Lando Buzzanca, Odoardo Spadaro, Pietro Tordi) eccezionale Germi che omaggia con una citazione cinematografica Fellini e lo stesso Mastroianni, obbligando i bigotti abitanti del borgo siciliano a riempire la sala per vedere il grande successo La dolce Vita.

Giudizio complessivo: @@@@@@

Recensione n.99 

martedì 4 ottobre 2011

Prima a Napoli di “Radici” di Carlo Luglio e Concerto di Enzo Gragnaniello e i “Sud Express” al Martos Metropolitan

Si riceve e volentieri si pubblica il comunicato stampa riguardante la "prima" a Napoli del film documentario musicale Radici. Questo post è stato pubblicato anche su laboratorionapoletano.com 

Prima a Napoli  di “Radici” di Carlo Luglio e Concerto di Enzo Gragnaniello e i “Sud Express” al Martos Metropolitan
una scena del film documentario
 Giovedì 6 ottobre alle ore 20.30 verrà presentata la prima a Napoli del film documentario musicale “Radici” diretto da Carlo Luglio al Martos Metropolitan, Via Chiaia 149. La serata è organizzata da “Figli del Bronx”, in collaborazione con l’Associazione Culturale “Movies Event” nell’ambito degli eventi di “Venezia a Napoli – Il Cinema Esteso 2011” dell’ Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Il documentario musicale è stato presentato in questi giorni alla 68a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori. “Radici” è una produzione “Figli del Bronx” (Gaetano Di Vaio, Pietro Pizzimento, Fabio Gargano) in coproduzione con “Minerva Pictures Group”. A seguire la proiezione del film ci sarà il concerto di Enzo Gragnaniello e i “Sud Express”.
Ingresso: 5 Euro. Per informazioni: Tel 0810203639 
Il film è un viaggio musicale con Enzo Gragnaniello nella memoria di una Napoli di “sotto”, dei suoi luoghi magici, mitologici e storici ma, anche un percorso nella città di “sopra”, attraverso i suoi monumenti e i suoi quartieri più vivi, sempre punteggiato dalle performance realistiche e oniriche di Gragnaniello con i Sud Express che si intrecciano in siparietti con artisti partenopei e con l'apporto di immagini cinematografiche di repertorio di una Napoli del dopo guerra e degli anni settanta. Una sorta di musicarello su presente e passato con un taglio leggero che infonde emozioni musicali e visive con il proposito di regalare allo spettatore scorci sulla bellezza e sulle vitalità nostrane ormai offuscate da continue rappresentazioni mediatiche sul degrado umano e territoriale. 

Questo il trailer del film documentario:

giovedì 29 settembre 2011

A-Team (2010): recensione del film con Liam Neeson e Bradley Cooper


Un budget stellare, grandi nomi di Hollywood,  un'enormità di effetti speciali non possono da soli ricreare lo spirito di una serie televisiva, A-Team, che "ha fatto epoca" ed ha incollato alla televisione milioni di spettatori in giro per il mondo con schema e scenografia semplici ma a loro modo geniali... Nonostante ciascun episodio fosse a sè stante e seguisse uno stesso canovaccio, alla luce di quanto visto nella trasposizione cinematografica,  il prodotto finale, seppur contenuto nei tempi e realizzato con budget risicato, risultava "ben riuscito" e funzionale allo scopo.
Se infatti trasferire sul grande schermo una serie TV raramente ha successo e spesso si traduce in un coro critico da parte dei fan dell'epoca, va dato atto ai produttori di A-Team, film uscito nelle sale cinematografiche mondiali nel corso del 2010,  di essere riusciti ad individuare quattro protagonisti che fossero più adatti possibili a sostituirsi agli originali.
Se Liam Neeson, per quanto ottimo attore e per quanto truccato e probabilmente photoshoppato nelle locandine per risultare quanto più simile all'originale Hannibal Smith, non ha il carisma e l'esperienza di un George Peppard,  Bradley Cooper è riuscito nel ruolo che fu di Dirk Benedict ed anche Sharlto Copley bene interpreta Mardock Il Pazzo. Discorso a parte per Quinton Rampage Jackson, in quanto costui aveva l'impossibile compito di riprendere la figura di Bosco "P.E." (Pessimo Elemento) Baracus, nell'immaginario collettivo coincidente con quella dell'attore (Rocky III), ex wrestler e persino protagonista di un fumetto, Mr T (all'anagrafe Laurence Tureaud).
Dovendo spalmare su tempi cinematografici un format nato per piccoli e brevi episodi televisivi, il regista Joe Carnahan sceglie di ripartire dalla genesi del team alfa o a-team, raccontando le fortuite (fin troppo) coincidenze che avevano portato i quattro a conoscersi e soprattutto l'esperienza che ne avrebbe decretato lo stato di clandestinità, allontanandosi però moltissimo dall'originale, svuotando il contenitore televisivo per riempirlo di una marea di effetti speciali e di azioni degne dei migliori action movie.  Le scene ambientate in porto sono difatti spettacolari ma alla fine dei botti potrebbe tranquillamente uscire dalle fiamme un Mel Gibson in stile Arma Letale o un qualsiasi altro "action hero", non l'A-Team con i loro "piani ben riusciti", la passione di John Hannibal Smith (l'indimenticato George Peppard nella versione originale) per i travestimenti  e la maniacale capacità di realizzare armi con materiali di scarto.
Per quanto riguarda la trama, quel che più sembra arrangiata è proprio la prima parte della pellicola, ambientata in Messico: emblematica la scena in cui due marine americani, uno in missione e l'altro in congedo, si incontrano per puro caso in pieno deserto...

Sufficiente la prova di Liam Neeson, discrete quelle di Bradley Cooper e Sharlto Copley, ben poco credibile, nei panni della militare che deve dare la caccia al team, invece la bella di turno, Jessica Biel.

Giudizio complessivo: @@1/2

sabato 24 settembre 2011

Blade Runner (1982): recensione del film capolavoro di Ridley Scott con Harrison Ford


Pochi film sono in grado di influenzare e ricreare un genere, pochissimi entrano nell'immaginario collettivo al punto da far sì che anche una singola frase possa diventare citazione comune di pubblico dominio. 
Blade Runner, capolavoro di Ridley Scott del 1982, in questa sede recensito per quanto riguarda la versione "The final cut" in HD del 2007,  rientra nel novero di queste pellicole rare.
Cosa differenzia l'uomo dalla macchina? Quale la differenza allorquando l'uomo diventa in grado di creare androidi, veri e propri replicanti dalla forma umana, più forti e talvolta più intelligenti dei loro stessi creatori, seppur dalla "vita" limitata in quanto  "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo"? Ridley Scott in Blade Runner pone dei nuovi confini alla fantascienza, partendo dall'opera di Philip K. Dick -  dai cui libri sono stati tratti anche Atto di Forza, Paycheck, I guardiani del destino - e la differenza fra uomini e androidi diventa probabilmente solo l'aver consapevolezza del proprio passato e l'incertezza sul proprio futuro.  
La Los Angeles del 2019 sede di tutti gli avvenimenti del film è una metropoli decadente e noir, un mix fra grattacieli anni'80,pieni di luci e pubblicità, e palazzi semi abbandonati dall'atmosfera quasi gotica: sotto una pioggia continua, con il sole offuscato da una fitta nebbia dovuta all'inquinamento, quanti sono rimasti sulla Terra, malati, invalidi o poveri, disadattati o poliziotti, sopravvivono in un'atmosfera piena di contrasti, fra macchine volanti ed antiquati quotidiani di carta, bettole degne dei peggiori sobborghi e tecnologie elevate. Chi può vive nelle colonie "Off world", extra mondo, e lo spettatore è colpito dal fatto che proprio il grande scienziato creatore dei replicanti viva sulla Terra, così come alcuni suoi fedeli collaboratori.  In questo contesto di luci ed ombre, di pioggia sporca ed alcool, si muove il protagonista, Rick Deccard, richiamato in servizio come "Blade Runner", come "ritiratore", per non scrivere eliminatore o cacciatore, di replicanti, perchè l'uomo nega che una propria creatura possa avere una coscienza e pertanto non ritiene assassinio la loro eliminazione. L'avversario, un Rutger Hauer magistrale nell'interpretare il replicante Roy Batt, si dimostrerà alla fine più umano degli umani, consapevole di essersi riuscito a costruire un passato ed una storia propri. Il senso del piccolo monologo finale sta proprio nel voler dimostrare all'uomo che l'androide può essere considerato a tutti gli effetti suo pari se non superiore a causa dell'essere stato protagonista di fatti ed eventi inimmaginabili... « Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo Come lacrime… nella pioggia… È tempo di morire… »

Il film ha tanti punti di forza, dalla storia ripresa dal racconto di P.K. Dick "(Do Androids Dream of Electric Sheep " in italiano Il Cacciatore di Androidi o nella traduzione più letterale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) all'ottima scenografia, da una colonna sonora memorabile composta da Vangelis, all'interpretazione dei due protagonisti principali.
Molto bravi infatti Rutger Hauer ed Harrison Ford, costui al massimo della fama grazie all'interpretazione quasi in contemporanea di Ian Solo, Indiana Jones e di Rick Deccard,  più che discrete le co-protagoniste femminili Sean Young e Daryl Hannah.

Giudizio complessivo: @@@@@@


nota bene

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